Giornata mondiale missionaria...
fin troppo facile!

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Non è semplice riassumere in una facciata tutto quello che mi passa per la mente quando sento la frase “giornata mondiale missionaria”. Una serie di idee, pensieri, provocazioni, immagini e sentimenti prendono spazio nella mia testa e, soprattutto, nel cuore.
La partenza non può che essere l’Uganda e tutto quello che ho vissuto in quelle terre in questo ultimo anno. I volti, i profumi, i colori, le storie, le vite … la storia e la vita degli Acholi. Ma il titolo di questa giornata “mondiale missionaria” mi fa anche andare oltre.
E penso al Madagascar e a Chiara tornata anche lei da poco, dopo più di due anni.
Penso al Sud Sudan e al Congo in cui in questo momento, mentre sto scrivendo, si stanno continuando a ripetere massacri contro l’umanità. E al Ruanda, al Kenya, alla Libia, al Gana, alla Nigeria, al Senegal … Poi esco dall’Africa e il pensiero arriva al Brasile e al Sud America … si sposta nell’Est Europa … continua verso l’Asia … l’Oceania … ritorna in Italia in Abruzzo, Calabria, Napoli, Sicilia …
Ma poi mi ritrovo qui: a due passi da San’Antonio, a Reggio Emilia.
E allora mi rendo conto che è fin troppo facile parlare di missione in questa “giornata mondiale missionaria”. Ci commuoviamo e siamo solidali quando sentiamo la testimonianza di chi ha vissuto in missione e di chi ci racconta una vita lontana da noi. Poi? Qualche parola, qualche raccolta fondi, qualche foto e tutto tace.
Non so a voi, ma a me tutta questa routine che si ripete in ogni occasione speciale non mi basta più.
Forse ha più senso se, parlando di “giornata mondiale missionaria”, quando usciamo dalle nostre celebrazioni e incontriamo alla porta quella “zingara” col suo bambino ci fermiamo due minuti con lei presentandoci e informandoci sulla sua vita. Se mentre siamo in centro non lasciamo nell’indifferenza chi è seduto per terra. Se ci interessiamo del perché quella famiglia africana che vive nel nostro quartiere ha lasciato la sua terra per venire in questa.
Ci proiettiamo sul “lontano” e non ci accorgiamo del “vicino”. Banalizziamo la storia e non ci chiediamo il perché il nostro quartiere, la nostra città, la nostra Nazione stanno diventando “sbarco” per tante popolazioni.
Il vescovo di Makudi (Nigeria), William Avenya, ha detto nell’aula del Sinodo Africano (che si sta svolgendo in Vaticano dal 4 al 25 ottobre): “Gli africani continuano a venire in Europa. Con tutti i mezzi, anche al prezzo di morire nel deserto o per mare, finché l’equilibrio economico e ambientale tra Africa e resto del mondo non verrà ristabilito da chi è responsabile, cioè dall’Occidente”. Aggiungerei: finché le guerre e le violenze non cesseranno, e la VERITA’ non sarà conosciuta e diffusa. E credo che questo discorso si possa estendere per tutti gli altri luoghi di missione, al di là dell’Africa.
Dietro ogni volto c’è una storia. Dietro ogni storia una famiglia. Dietro ogni famiglia un popolo, una cultura, un’origine. Una VITA che chiede di essere vissuta con dignità.
Facile parlare di “missione” oggi. Ma vi faccio una proposta: facciamolo anche domenica prossima, e quella dopo ancora … proviamo a parlarne ogni giorno. Anzi: non ne parliamo e basta. Viviamola questa missione. Non compatiamo, non biasimiamo, non giudichiamo, non escludiamo, … Chiediamoci il PERCHE’, conosciamo, informiamoci, condividiamo, accogliamo, incontriamo “alla pari”. La “mondialità” di questa giornata può essere quotidianità se siamo disposti a comprometterci e ad intessere la nostra vita con la vita dell’ALTRO.
Apwoyo! (grazie)

Elena